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La vita dello studente: un “grande esame” di emozioni

Aggiornamento: 3 nov 2023





“Giunti alla fine del percorso ci ritroveremo

sempre al punto di partenza”

Thomas Stearns Eliot




Finalmente la scuola è finita! Finalmente l’università è finita! Addio esami...ora si apre un nuovo ciclo! Si apre un nuovo ciclo e, come direbbe Alessandro Bartoletti, “gli esami non finiscono mai”. Sì, perché, seppur in una forma diversa e ad un livello differente, si presentano e ripresentano.

Chi deve prepararsi all’esame della patente, chi ad un concorso, chi ad una presentazione in pubblico, chi a sviluppare un progetto, chi a svolgere un intervento chirurgico, chi a diventare genitore o nonno. Insomma, la vita di colui che è impegnato in attività di studio è un “grande esame in terra”, caratterizzato da prove ed errori.

In questo progetto l’individuo ha l’opportunità di trasformare i problemi in soluzioni (o aggravarli) e di accettare (o meno) i dati di fatto.

In sostanza, ciascuno di noi ha l’opportunità di evolversi, di diventare un abile problem solver e, per farlo, è essenziale in primis saper distinguere, come mi hanno trasmesso i miei Maestri, un problema da un dato di fatto. Un dato di fatto non presenta una soluzione (ad esempio, la morte). Un problema presenta almeno una soluzione (ad esempio, la paura di fallire all’esame o di non essere all’altezza).

Come ci indica il Maestro Paul Watzlawick: “Per ogni problema esiste almeno una soluzione”.

Per risolvere problemi lo studente spesso ricorre ad una logica ordinaria e lineare che non calza a certe logiche della ragione poiché, come ci ricorda Blaise Pascal, “ci sono ragioni che la ragione non conosce”.

Si consideri, ad esempio, una persona che si trova ad affrontare un esame scolastico o universitario. Quello che riscontro più di due anni nelle sessioni di student coaching a servizio dei miei studenti è il seguente dato di fatto: la maggior parte degli stessi mi chiedono aiuto, più che per difficoltà legate all’apprendimento, per blocchi emotivi come, ad esempio, la paura di fallire o di non essere all’altezza.

Come l’abile lettore può ben capire, il problema non è tanto legato al fatto che lo studente studi e sia preparato nella materia oggetto d’esame, quanto piuttosto al “come” viva tutto il processo d’esame (dalla fase preparatoria a quella post-esame).

A quale studente non sarà mai capitato di arrivare preparato all’esame ma di non ottenere il risultato che avrebbe ottenuto in uno stato emotivo differente? O a quale manager non sarà mai capitato di prepararsi in modo preciso e puntuale per la presentazione di un proprio progetto e di “andare nel pallone” rispetto ad una domanda “scomoda”?

In tali casi, a poco o a nulla servono gli sforzi cognitivi che l’essere umano mette in atto per gestire la propria paura e l’annessa ansia rispetto all’esame; anzi, il più delle volte colui che è impegnato in attività di studio finisce per peggiorare la sua realtà.


Serve piuttosto un modello di risoluzione dei problemi che si basa su logica “non ordinaria” e circolare e che ricorre a tecniche, tattiche e manovre per saper utilizzare le emozioni a proprio vantaggio.

Da duemila anni or sono l’essere umano si è abituato a risolvere qualsiasi tipo di problema solo con una logica di tipo “on-off”, utilizzata in primis da grandi pensatori come Platone, Cartesio, Kant e Hegel.


Se tale logica funziona, ad esempio, con la raffinata intelligenza artificiale, è altresì vero che è tutta un’altra storia con le emozioni dell’essere umano. Ad esempio, se io mi trovo ad affrontare un esame difficile piuttosto di dire a me stesso di calmarmi, che il più delle volte peggiora la situazione (e genera il “meccanismo di controllo che porta a perdere il controllo”), dovrei fare qualcosa di diverso.

Infatti, quando ho paura, come affermano le neuroscienze, il segnale arriva prima al cervello antico, il palencefalo, la sede delle emozioni, e solo successivamente al cervello moderno, il telencefalo, la sede della razionalità.

In un caso del genere, potrei applicare 1) la tecnica della peggiore fantasia adattiva, ossia immaginare il peggio di tutto quello che potrebbe accadere sia all’esame che in tutto il processo relativo allo stesso (dalla fase pre-esame, ossia dalla fase preparatoria fino al momento dell’esame, a quella post-esame, ossia dalla conclusione dell’esame agli effetti che il risultato potrebbe generare nella mia vita).

Come ci ricorda Tommaso D’Aquino: Niente è nell’intelletto che non sia stato prima nei sensi”.



1) La tecnica della peggiore fantasia viene prescritta sartorialmente da un professionista esperto nell’approccio strategico e non va applicata da soli.

 

Bibliografia


▪ Bartoletti, Alessandro, Lo studente strategico. Come risolvere rapidamente i problemi di studio, Milano, Ponte alle Grazie, 2013.

▪ Nardone, Giorgio, Emozioni. Istruzioni per l’uso, Milano, Ponte alle Grazie, 2019.

▪ Nardone, Giorgio, Problem Solving Strategico da tasca. L’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili, Milano, Ponte alle Grazie, 2017.

▪ Nardone, Giorgio – Tani, Simone, Psicoeconomia: gestire fallimenti, realizzare successi, Milano, Garzanti, 2017.

▪ Milanese, Roberta – Mordazzi, Paolo, Coaching strategico. Trasformare i limiti in risorse, Milano, Ponte alle Grazie, 2007.

▪ Watzlawick, Paul – Weakland, John, H. – Fish, Richard, Change. Sulla formazione e soluzione dei problemi, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1974.



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